ANDREA MANICI: “smettere di giocare mi ha fatto rivalutare i veri valori in gioco”

(AIR) – Nell’aprile 2018, a 28 anni, dopo 16 presenze in Nazionale da tallonatore e una Coppa del Mondo (2015), Andrea Manici ha dovuto lasciare definitivamente, e prematuramente, il rugby giocato.
Cresciuto nell’Amatori Parma, Manici ha vestito le maglie di Gran Parma (2009/2011) e Crociati (2011/12) prima di approdare nella lega Celtica con le Zebre (2012).
L’ultima fase della Sua carriera da giocatore si è conclusa in questi giorni con l’assistenza dell’Associazione Giocatori che ha seguito tutta la pratica dall’apertura del sinistro alla liquidazione del danno.
Ringraziamo Andrea per essersi affidato e “fidato” delle nostre competenze in materia di assicurazione di sinistri rugbystici e per averci concesso una breve intervista.

D) Andrea tutti sappiamo che ti sei ritirato dall’attività agonistica dopo la rottura del crociato riportata il 6 dicembre 2015 durante la partita Zebre-Ospreys.
Da quel momento per te è cominciato un lungo calvario caratterizzato da numerose complicazioni, in seguito al primo intervento chirurgico avvenuto nell’inverno del 2016, che ti hanno impedito di completare un recupero mai avvenuto.
Quando hai dovuto prendere consapevolezza che non saresti più tornato a giocare?
R) La consapevolezza è arrivata nel momento in cui, dopo l’ultimo intervento di artrotomia, si è rivelata la vera natura dei danni subiti. Nonostante ciò, ho continuato ad allenarmi fino all’ultimo giorno di stagione, perché non volevo lasciare nulla di intentato.

D) Quanto ti è costato rinunciare al rugby e quanto ciò che ti ha “insegnato” questo sport ti ha aiutato a prendere questa decisione?
R) Per me, come per la maggior parte dei miei colleghi, il rugby è sinonimo di amicizie, momenti belli e brutti, che mettono a dura prova, ma anche di momenti di tanta, tanta soddisfazione e gratitudine nel poter fare ciò che si ama come lavoro.
Ciò che mi ha insegnato il rugby? A capire di prendere la decisione giusta nel momento giusto perché non è stata una mia scelta, ma è stata una conseguenza diretta di qualcosa che è esulato dalla mia sfera di potere.
Come si dice, però, chiusa una porta si apre un portone; ci sono cose nella vita molto più importanti di quello che fai, e smettere così mi ha dato la possibilità di rivalutare i veri valori in gioco.

D) Quanto le Zebre e la Federazione ti sono state vicine in questi momenti difficili?
R) Ringrazio le Zebre e la Federazione che fino all’ultimo mi hanno dato la possibilità di potermi mettere nella miglior posizione per cercare di rientrare in campo.

D) Chi altro senti di dover ringraziare per il supporto che ti ha dimostrato in questa vicenda?
R) Ci tengo a ringraziare i miei compagni, che nei momenti più difficili si sono schierati con me e non mi hanno mai lasciato indietro. Ma più di tutti ringrazio mia moglie e mio figlio, e i miei genitori, che tuttora mi supportano e mi sopportano in tutte le mie scelte e i mie momenti di alti e bassi. Ultima, ma non meno importante menzione, spetta a Stefano di Salvatore (Presidente AIR), che si è ampiamente prodigato perché riuscissi a ricevere un indennizzo che facesse risultare meno amaro questo boccone da mandar giù.

D) Veniamo alla lavorazione della pratica assicurativa da parte dell’AIR. Come giudichi l’assistenza e l’operato dell’associazione giocatori nella fase di gestione del sinistro sportivo?
R) Assolutamente positivo il mio giudizio sull’attività di intermediazione che l’AIR ha svolto tra me e la compagnia assicurativa. L’associazione giocatori è stata sempre molto presente e cordiale. Sono stato costantemente aggiornato passo dopo passo su quello che è stata la gestione dal punto di vista legale del mio infortunio. Tutti i collaboratori AIR si sono rivelati molto competenti, creando con me un rapporto che è andato oltre quello tra assistente e assistito.

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